Umberto D, quel capolavoro del Neorealismo malvisto da Andreotti

di Pina

Difficile immaginare un film con Vittorio De Sica in cabina di regia che non sia un capolavoro. “Umberto D”, classico italiano che gode della presenza e della qualità di Sergio Zavattini per quanto concerne la sceneggiatura, conferma questa prassi. Prassi che ha permesso a De Sica di ritagliarsi un posto di tutto rispetto nell’olimpo della settima arte Made in Italy, elevando il genere neorealista.

“Umberto D” racconta la storia di un funzionario del Ministero ormai in pensione per via dell’età in avanti. Un uomo che dal punto di vista affettivo e economico non se la passa benissimo. L’uomo vive con un cane e con la sua domestica, in una pressoché totale solitudine. Tira a campare con poco, conducendo una vita poco dedita alla cultura e al decoro.

Una vita di affitti pagati in ritardo, di litigi con la padrona di casa che non tollera i medesimi ritardi. Un giorno, l’anziano funzionario è in preda a una ‘crisi’.

Una ‘crisi’ che scaturisce dalla sua volontà di recuperare la dignità perduta. Decide di togliersi la vita, così da non essere più un peso per nessuno al mondo. Tuttavia, le cose non vanno come egli sperava e il suo cane riuscirà involontariamente a ricongiungerlo e riconciliarlo con il resto del mondo.

“Umberto D” rappresenta un capolavoro del neorealismo. Nasce dall’accoppiata Zavattini-De Sica e si radica in un climax di pessimismo radicale.

Un aneddoto? Questa visione pessimista della società fece fare a Zavattini e De Sica un nemico ‘illustre’. Quel Giulio Andreotti, all’epoca sottosegretario, che non tollerava una visione così cupa dell’Italia del tempo.

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