Il Racconto dei Racconti – Tale of Tales, recensione

di Pina

Matteo Garrone porta sul grande schermo Giambattista Basile e il suo “Lo cunto de li cunti”, scegliendo da quest’opera tre racconti che ben rappresentano i famigerati vizi e difetti dei potenti.

Se si prende in considerazione il fatto che l’opera è stata scritta nel ‘600, per il diletto delle corti del Regno di Napoli, non stupisce che sia popolata di re e regine, e che ci sia magari una (poco) velata critica alla nobiltà, ma non solo. Ed è questo “non solo” che probabilmente Garrone ha visto nello scritto di Basile, che traduce dal napoletano all’inglese perché alla fine sempre universale è la morale della favola.

“Favola” è una delle parole-chiave del film “Il Racconto dei Racconti – Tale of Tales”, una gigantesca favola onirica, con orchi, mostri, stregoni, grottesca, inquietante, a volte spaventosa, quanto basta per dare l’idea della genialità e della fantasia di Basile.

I tre racconti scelti parlano a modo loro di amore, l’affetto morboso di una madre per un figlio, quello che un padre dovrebbe avere verso la figlia e quello lussurioso di un re erotomane verso le belle donne. Archetipi facilmente attualizzabili, perché anche questa è la forza degli autori che sopravvivono nei secoli.

Nel primo episodio citato abbiamo Salma Hayek nelle vesti di una regina disposta a tutto pur di avere un figlio, e nella ricerca disperata della maternità, si dimentica di tutto, anche del re che le sta accanto (John C. Reilly) e dà la sua vita pur di vederla felice. Un amore accecante quello della regina, che priva il figlio di ogni libertà pur di rendere noto a tutti che quel bambino è suo e soltanto suo e non lo lascerà andare mai. Un senso di possesso che non può che incrinare la cosa più semplice e naturale del mondo, il rapporto madre-figlio.

Ancora di rapporto con i figli si parla nel racconto del re (Toby Jones) e della sua figlia Viola (Bebe Cave), che tanto ama un padre tutto preso dai suoi futili interessi. L’ossessione del re per una misera pulce gli impedisce di vedere con lucidità la sofferenza della figlia che gli sta di fronte e che tanto diceva di amare, finendo per consegnarla in sposa ad un orco nel vero senso della parola.

E che dire di un re erotomane (Vincent Cassel), che pensa solo ai piacere della carne e che finisce per essere ingannato dalla sua stessa ossessione? L’ossessione per la bellezza e la giovinezza che colpisce anche chi sta ai gradini più bassi della società e chi ha superato da un pezzo quella stagione, nella speranza che le rughe e il tempo possano essere scorticati via dalla pelle, dal barbiere del villaggio.

C’è per l’appunto sangue, crudeltà, cattiveria, invidia, tutto senza troppi sconti, se si considera che la materia trattata è quella fiabesca, e questo pone il film di Garrone a metà tra il fantasy e il noir. Del resto l’ispirazione sono dei racconti antichi, Walt Disney è venuto secoli dopo, e quel sapore antico è in qualche modo conservato dal regista anche nell’immagine. Non ci sono effetti speciali stupefacenti in stile hollywoodiano, e questo fa de “Il Racconto dei Racconti” una specie di artefatto barocco, una sorta di quadro dipinto a mano, più che un kolossal in computer grafica da veder in 3D. Si tratta di un aspetto apprezzabile se quello che ti resta è una sorta di atmosfera trasognata, che ti resta realmente attaccata addosso come quando la nonna ti raccontava qualcosa di spaventoso e affascinante nello stesso tempo e di cui ancora ti ricordi.

 

 

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